Giuseppe Favaro: "Fiume di vita"

La poesia come voce dell’anima, è forse questo che ci spinge ad affidare i nostri pensieri più profondi ad una metrica ritmica? Forse dopo tante discussioni vuote e sterili che si affannano a riempire il giorno, arriva il momento in cui, al calar della sera, l’anima chiede a gran voce di poter gridare. L’anima per poter essere udita ha bisogno di un canale tutto suo, una porta d’accesso che fa rimbalzare l’essenza di ciò che siamo alla disperata ricerca di intercettare nel prossimo, una vaga forma di somiglianza interiore. In questa raccolta di poesie ho provato a raggruppare i sentimenti più svariati, andando a selezionare con accurata riflessione le tematiche che più di tutte, hanno segnato la mia vita. In “Luna” che apre la modesta raccolta, attraverso la signora della notte che tutto ha visto e in silenzio spiato, ripercorro l’inno alla vita: fatta di amori segreti, di sospirate speranze verso il futuro ma anche di guerre che, il futuro, l’hanno cancellato. Ma se da un lato si distrugge, è pur vero che dall’altro si ricostruisce, ed ecco comparire il coraggio degli uomini. Proprio qui non ho potuto fare a meno di ricordare uomini valorosi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: “Quanti hanno indossato il coraggio/ fino alla fine per un’idea/ da soli contro tutti”. In “L’alba” si percepisce il mio amore per l’inizio sordo del giorno, un momento per me magico in cui focalizzare gli impegni del giorno diventa quasi una priorità. Un attimo di surreale pace interiore prima di ciò che io definisco: “Caos”. Appuntamenti, scadenze, preoccupazioni, ansie e paure prendono vita un attimo dopo che il sole ha lambito l’orizzonte. Molto spesso mi chiedo che mondo stiamo lasciando in eredità ai nostri figli. In “Terra” attraverso quei versi, ho immaginato una diapositiva di ciò che un giorno vorrei i nostri figli vedessero. Non un pianeta stuprato dall’avidità umana, ma un piccolo angolo di paradiso in cui immergersi. Una casa di tutti in cui tutti sanno fare la propria parte: “Tutto è li in quell’istante/ unico ed eterno/ e noi/ci siamo dentro”. Quando avveleniamo i mari e i fiumi, noi ci siamo dentro. Quando bruciamo le foreste, noi ci siamo dentro. Quando lasciamo che una specie animale si estingua, compromettendone irreversibilmente l’ecosistema, noi ci siamo dentro. Due liriche dopo vi è “Torneranno” un barlume di speranza. Il ritorno di una natura a lungo svenata, il ritorno ad una maggiore consapevolezza delle nostre azioni, il ritorno insomma, ad una visione più accurata verso un pianeta che da troppo tempo sta gridando la propria vendetta. Per rimanere allacciati all’argomento, occorre fare un salto in avanti di qualche lirica: “Il domani”. “Il domani porterà una luce innovativa su occhi di bambino/ illuminerà gli spazi più profondi dell’animo umano dove/ immorali vizi/ da sempre/ proliferano nella mente di chi lo ha generato/e sarà l’inizio di una nuova era”. Già, un’era in cui chi ci precederà potrà e forse dovrà fare meglio. La poesia è chiamata ad essere schietta e sincera altrimenti, vanifica la ragion d’essere. In “Inerme” assisto ai primi cenni di cedimento di quella forza che un tempo, mi suggeriva di poter essere invincibile. Ora, alla soglia dei quarant’anni, comprendo di non esserlo sino in fondo. La vita trova sempre il modo di fregarti. Pochi versi dunque per esprimere un momento della vita che forse appartiene a noi tutti e che, in qualche modo, ho sentito il bisogno di raccontarlo. Un fiume non può che scorrere, così anche la nostra vita non può che passare a prescindere dai fatti che la rappresentano. In “Inestimabile” e in “Madre” ho voluto raccontare il dramma, non un dramma qualsiasi ma il signore dei drammi, la perdita di un figlio: “Il mio bene inestimabile/ ora non possiede più un indirizzo/ vive in me/ in ogni mio respiro/ in tutti i miei sorrisi/ e in ogni lacrima dei miei occhi”. Ma anche la perdita di una madre: “Rimpianti di cera mi hai lasciato/ che il calore della rabbia non scioglie”. La vita porta con sé tutto il carico delle nostre perdite. Dalla disperazione e dal dolore si può rinascere, ecco che in “Sulle gambe dell’amore” si presenta l’occasione, l’amore che arriva dalla parte in cui mai avresti o saresti andato a guardare. Due sconosciuti che ad un tratto, si trasformano in gambe per sollevarti da terra e farti camminare, si trasformano in cuore per farti tornare ad amare la vita ed infine, diventano famiglia per sostenerti e accompagnarti nei momenti di maggior sconforto: “Non di certo viandanti/ma anime piene d’amore/pronte a raccogliere il mio dolore” - “Sulle gambe dell’amore/imparai a sorreggermi”. Il fiume di vita avanza e porta con sé tante gioie, prima fra tutte l’amore, in “Sabrina” un tributo alla donna che da molti anni mi sostiene: “La mia anima con la tua sarà/ perché senza d’essa cadrà” in “Aurora” ed “Alessio” tutto il vanto di un padre che trova nei suoi figli la forza di cadere sempre in piedi. La poesia infine come mezzo di riflessione non può tralasciare un aspetto così importante come la violenza sulle donne. Un tema purtroppo molto presente nella cronaca quotidiana. La donna, oggi sempre più emancipata, spaventa e intimidisce alcuni uomini con una mediocre se non assente considerazione di loro stessi. Shakespeare diceva: “in piedi, signori, davanti a una donna.” In “Donna” il mio più sincero omaggio a tutte le donne, non oggetti ma compagne di vita: “Sei l’ancora di salvezza per l’uomo che va alla deriva” … “Sei la corazza del bimbo nudo e indifeso” … “Se gli angeli, attraverso la mano di Dio potessero dipingere, è te che rappresenterebbero”. Scrivo perché credo nella forza delle parole, non a caso la raccolta di poesie non poteva che contemplare proprio “La Parola”: “Sii viva e onesta/ in ogni tempo e dove/ sarai richiesta”. Chiudo questa breve prefazione con una delle poesie a me più care: “Siamo”. L’essere in tutte le sue forme è vita allo stato puro. Possiamo smettere di sognare, possiamo smettere di credere in un qualcosa e possiamo anche smettere di pensare che la vita sarà sempre meglio ma, non possiamo smettere di essere… “Siamo polvere di luce che illumina l’universo/ siamo frammenti di vita disseminati lungo il sentiero della speranza/ siamo certezza al risveglio di un sogno/ siamo l’eterno laddove tutto finisce”. 

Con questa silloge spero di aver al meglio rappresentato buona parte delle tematiche che vedono il lettore, in qualche modo, partecipe e quindi in simbiosi con ciò che ho scritto. Ancor più mi auguro di essere riuscito, anche in minima parte, ad intercettare nel prossimo quella vaga forma di somiglianza interiore di cui parlavo all’inizio di questa prefazione. 

Giuseppe Favaro