Massimo Libero Michieletto: "La città errante"

€14.00

Anno edizione: 2012
Pagine: 134 p., Brossura
EAN: 9788897681069

A settant'anni il professor Saverio Viso vede concretizzarsi il suo sogno di urbanistica: spostare la città. Saverio non è un visionario bensì un rigoroso professore universitario che, all'apice della sua carriera accademica, ha maturato le sue ipotesi sul futuro delle città contemporanee sviluppandole in quella che lui chiama "Teoria della frammentazione". In un tempo non troppo distante dai nostri giorni, in una realtà che appare tutta uguale completamente urbanizzata e senza confini apparenti, abitata da persone che sembrano aver perso la propria identità, il professor Viso è fermamente convinto che solo "frammentando" i centri storici, "sollevando" gli antichi edifici simbolo e "ricollocandoli" nelle aree marginali si possa dare finalmente un'identità anche alle zone periferiche delle città. Egli viene chiamato a soprintendere alle "operazioni di sollevamento" di un importante edificio storico di una mai precisamente nominata città del Nordest (anche se alcune descrizioni potrebbero dare ad intendere che si tratti di Treviso). Il professore si trova di fronte una realtà che gli appare subito ben diversa da come s'era immaginato dallo spazio chiuso e impermeabile delle aule universitarie: il palazzo è ridotto a un rudere tenuto in piedi da enormi telai metallici, i lavori sembrano non procedere, gli operai sono in sciopero, dal cantiere vengono costantemente sottratti mattoni e pietre e i politi amministratori sembrano assolutamente disinteressati a tutto quello che accade. Come se ciò non bastasse, il dolore alla schiena che attanaglia il professore fin dal suo arrivo in città sembra aggravarsi ogni giorno di più. Paralizzato dal dolore, Viso è costretto ad indossare un busto ortopedico e a non muoversi dalla camera dell'albergo dove alloggia. Dalla finestra può osservare il palazzo che gli appare come se stesso, ingabbiato e malconcio, in attesa della propria sorte. Qui il professore stringerà un rapporto di amicizia con una giovane cameriera, "una ragazza dai capelli neri e dagli occhi lucidi", che si prenderà cura di lui e lo aiuterà a trovare fiducia e a credere ancora nel proprio lavoro guardando la realtà con altri occhi. Non appena le sue condizioni di salute glielo consentiranno Saverio Viso si troverà a portare avanti da solo il suo compito. Ma sarà veramente possibile spostare il palazzo? Le risposte forse stanno nascoste dietro agli occhi neri e lucidi della ragazza.

Massimo Libero Michieletto nasce a Nervesa Della Battaglia, in provincia di Treviso, nei primi anni Settanta. Architetto, pittore e musicista, voce della band castellana Miss Patria. Ricercatore a contratto presso l'Università Alma Mater di Bologna si è occupato dello studio dell'antropologia legata all'urbanistica contemporanea. Segnalato dalla pittrice Gina Roma in un concorso nazionale di pittura, gli è stato attribuito un diploma di merito della giuria. Sono stato un bambino molto precoce, il giorno in cui ho capito definitivamente come sarebbero andate le cose mettevo per la prima volta piede all’asilo. Ero lì, con tutti i bambini, e all’improvviso mi è scappata la cacca. La suora mi ha detto che il bagno era esattamente di fronte alla nostra aula, non potevo sbagliare, diceva lei. Volevo chiederle di accompagnarmi ma la regola era mai contraddire gli adulti, specie quelli in divisa. E’ che quando mi trovavo in un posto nuovo non mi muovevo di un passo per paura di perdere la strada. La mia non era una fissazione infantile, mi perdevo sul serio. Ed è imbarazzante sentirsi continuamente chiamati dall’altoparlante dei supermercati e delle spiagge iesolane, solo perché non si trova più la mamma. Mi sono affacciato fuori dall’aula per valutare la fattibilità dell’impresa. Ho verificato che, in effetti, di fronte a me c’era un’unica porta. Potevo farcela. Sono andato verso la porta, la ho aperta, ho assunto la tipica posizione da discesa sciistica per non venire contagiato dai germi che abitano sulla tavoletta del gabinetto e poi ho fatto per uscire. Sulla soglia del bagno ho vacillato. Di fronte a me c’erano due porte. Un rischio che non avevo calcolato. Le etichette erano indecifrabili per un bambino di tre anni, e io non avevo nessun elemento per stabilire quale delle due porte conduceva alla mia aula. A parte aprirne una a caso e verificare, ma ci sarebbero voluti ancora molti anni per capire che al mondo era consentito commettere errori, a patto di essere il solo a pagare. E così, mi sono fatto indicare dall’istinto quale porta aprire e mi sono diretto verso quell’altra. In genere funzionava. Quella volta, no. C’erano tanti bambini piccolissimi e maestre sconosciute. Era così imbarazzante. Mi sono detto: “Mi siedo qui, qualcuno mi noterà, capirà che sono nel posto sbagliato e mi condurrà al sicuro”. Non se ne è mai accorto nessuno. Ogni tanto continuo a sperare che arrivi qualcuno, anche adesso: “Santo cielo, c’è stato un equivoco, questo non è posto per lei, venga che la accompagno dall'altra parte”. Ma niente. Sto ancora aspettando".